mercoledì 30 novembre 2011

Rilanciare l'agricoltura in Sardegna o tutelare l'industria agroalimentare italiana?

La riforma della Politica Agricola Comunitaria: una questione di interesse nazionale

La PAC rappresenta quell'insieme di politiche attraverso cui, di settennio in settennio, l'Unione Europea definisce le scelte strategiche per quel che concerne l'agricoltura. Un'agricoltura intesa sia come settore produttivo che come fenomeno sociale strettamente legato allo sviluppo delle aree rurali.
Quando si parla di PAC si parla di ingenti risorse (circa il 40% del bilancio comunitario) e soprattutto, messa da parte per un attimo la dimensione economica, si parla del nostro futuro. Per questo la Politica Agricola Comunitaria risulta essere un argomento da trattare con molta cautela, considerata la complessità e la pluralità di dimensioni problematiche che richiama e coivolge nella sua attuazione.

Non mi addentrerò in questo breve commento nella sua strutturazione, basterà dire che è attualmente in corso di discussione la riforma per il settennio che va dal 2014 al 2020. In sostanza, la commissione ed il parlamento europeo si trovano di fronte allo scoglio gravoso di apportare delle modifiche a quella che è stata fino ad ora la Politica Agricola Comunitaria per adeguarla alle sfide già definite dalla strategia "Europa2020" (ne ho parlato quà: La Sardegna e l'Europa: strategie di trasformazione sociale).

Tuttavia la proposta di modifica adottata dal commissario Dacian Ciolos ha suscitato parecchie reazioni contrastanti. Diversi stati hanno negli ultimi mesi espresso forti riserve sulla proposta di riforma fino ad ergere vere e proprie barriere. In particolare l'Italia, persino tramite Paolo De Castro presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale del Parlamento europeo, ha mostrato forte contrarietà ad una riforma che non solo vedrebbe ridotta la quantità di fondi a sua disposizione (285 milioni in meno nel corso del settennio) ma vedrebbe compiersi, senza poter far nulla, una redistribuzione territoriale delle risorse alquanto indigesta ai forti potentati economici e sindacali italiani. Sostanzialmente, senza entrare nello specifico, la riforma prevede diverse modifiche, in particolare a quelli che vengono definiti "pagamenti diretti", che penalizzerebbero le grandi aree ad agricoltura intensiva e monoculturale dell'Italia a tutto vantaggio di quelle aree dove l'agricoltura assume ben altro tipo di ruolo.
Così, in soldoni, alcune regioni italiane rischierebbero di perdere fino al 50% di quanto ricevuto nella precedente stagione di programmazione (Lombardia in primis) a favore di altre aree in cui l'agricoltura rappresenta un elemento di produzione di beni collettivi territoriali, presenta una bassa intensità ed è orientata a produzioni di qualità e a basso impatto (in particolare la Sardegna).

La Nuova PAC, oltre all'intervento sui pagamenti diretti, dovrebbe garantire sostanziose modifiche alla vecchia impostazione con nuove risorse per favorire l'inserimento dei giovani imprenditori, per tutelare la biodiversità e per privilegiare la bassa intensità delle colture. Sicuramente sono presenti numerosi elementi problematici o addirittura negativi ma nel complesso appare un passo avanti rispetto alla stagione che va concludendosi.

In questi giorni, sta prendendo corpo un interessante scenario dove a confrontarsi sono gli interessi nazionali del nostro popolo, dei nostri allevatori, dei nostri agricoltori e delle nostre comunità rispetto a quelli dell'Italia, delle sue produzioni e della sua industria agroalimentare.

Ancora una volta interessi contrapposti, radicalmente contrapposti. Da una parte la Sardegna potrebbe, a partire da questa riforma, rilanciare complessivamente un proprio modello di sviluppo rurale, rispettoso del ruolo sociale della campagna e integralmente votato alla sostenibilità e ad una agricoltura di qualità. Dall'altra sponda il ministro Catania, recentemente nominato nel governo Monti, farà di tutto affinché quella che per noi potrebbe diventare realmente una riforma strategica, non passi. L'incontro svoltosi a Roma in questi giorni, organizzato da coldiretti, testimonia tale volontà e dimostra quanto tutto il mondo sindacale e industriale italiano non voglia rinunciare ai privilegi acquisiti.

Al contrario in Sardegna tale riforma porterebbe diverse centinaia di milioni di euro che potrebbero realmente garantire una nuova stagione per i nostri comparti produttivi. Significativa a riguardo la manifestazione dei pastori sardi che hanno simbolicamente manifestato a Roma per esprimere il loro supporto non al governo italiano quanto al commissario europeo Dacian Ciolos.
Chi dovrebbe tutelare i nostri interessi in questa strana situazione? Da un lato vi è la commissione europea che è pronta a varare un provvedimento per noi non solo vantaggioso ma addirittura strategico, dall'altra il governo italiano, il parlamento e tutti i suoi parlamentari europei sono pronti invece a ribellarsi in nome degli interessi superiori dell'Italia.

Nonostante ciò, nessuno dei parlamentari eletti in Sardegna, che ha votato di recente la fiducia al governo Monti, ha pensato di mettere in chiaro che per noi l'agricoltura è un settore strategico e che non consentiremo a nessuno di cancellarlo definitivamente sull'altare dell'interesse dell'agroindustria italiana. Silenzio totale.

Come sempre i parlamentari sardi fingono di sostenere gli interessi della Sardegna ma fondamentalmente continuano a votare in parlamento con il solo obiettivo di salvare l'Italia, incuranti del proprio territorio, delle imprese e del destino di tutti gli attori territoriali.
Una Repubblica di Sardegna libera e indipendente con la propria rappresentanza nel parlamento europeo e nei tavoli che contano a livello strategico avrebbe supportato questa riforma fino alla fine con convinzione. Oggi la classe politica autonomista non vuole e non può farlo tanto si trova legata in maniera stringente agli interessi nazionali dell'Italia ed ai suoi poteri economici.
Se ancora ci fosse bisogno di spiegarlo, noi continuiamo a farlo senza problemi, gli interessi nazionali del popolo sardo sono assolutamente in contrasto con gli interessi dello stato italiano.

Fino a quando non ci sarà una classe dirigente pronta a garantire, costi quel che costi, tali interessi, la Sardegna continuerà a vivacchiare. Senza una reale strategia di trasformazione sociale che possa garantire infrastrutture di qualità, politiche pubbliche efficienti, un sistema fiscale calibrato alle nostre esigenze e politiche economiche in grado di rilanciare i nostri comparti produttivi rimarremo nell'immobilità più totale.
Solo con una nuova consapevolezza nazionale, e con un forte spirito repubblicano, sarà possibile garantire un miglioramento reale della qualità alla vita delle nostre comunità.
Il nostro Paese, la Sardegna, è uno spazio sociale complesso. Il suo futuro dobbiamo cominciare a scriverlo a partire dai bisogni e dalle necessità che esprime quotidianamente siano esse politiche, sociali, economiche o culturali. Oggi una di queste esigenze è salvare e rilanciare i nostri comparti produttivi del primario, le produzioni agricole, il mondo della campagna, il nostro paesaggio e le nostre comunità, costi quel che costi. Ripartiamo dalla Nuova PAC*.
Frantziscu Sanna

ps crisi dell'eurozona permettendo.

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